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PERCHE’ MOLTI PRETI SONO PEDOFILI? Intervento di uno psicoterapeuta
Sempre più spesso, nonostante la censura di Stato si affanni per impedire la divulgazione di questo genere di notizie, vengono riferiti dalla stampa, ma soprattutto dai siti internet italiani ed esteri, episodi di pedofilia che hanno come protagonisti dei preti.
Che si tratti di una vera e propria “epidemia” lo dimostra anche lo zelante interessamento del signor Giuseppe Ratzinger il quale, qualche anno fa, da cardinale, interveniva con veemenza contro i media americani che “osavano” diffondere questo genere di notizie, che potevano turbare i fedeli e gettare discredito sulla Chiesa cattolica.
Evidentemente già da allora il modello di “informazione corretta” adottato da Ratzinger era quello italiano, enfatico e trionfalistico quando si tratta di osannare il papa, omertoso e mistificatorio quando si tratta di nascondere le malefatte della chiesa o dei suoi funzionari.
La mancanza di pudore da parte del signor Ratzinger giunse persino a fargli teorizzare che, poiché la percentuale di preti con esperienze di pedofilia (che in America viene stimata fra l’1 e il 6%) non sarebbe superiore a quella della popolazione generale (il che è tutto da dimostrare), ciò dovrebbe indurre i giornalisti a considerare del tutto “ovvio” che debbano esistere dei preti pedofili, quantomeno in quantità tollerabile e statisticamente “inevitabile”, al punto da non creare più “inutili” e inopportuni scandalismi di fronte a tali eventi che, sempre secondo Ratzinger, non dovrebbero nemmeno “fare notizia”, essendo in qualche modo già “scontati”.
Ora, ci si potrebbe domandare come mai la Chiesa non ha mai spiegato perché fare il prete cattolico non attenui, o perlomeno non ponga un freno morale, a queste disinvolte tendenze che, non dimentichiamolo, producono veri e propri crimini e non peccatucci veniali. Da coloro che si proclamano predicatori di verità divine nonché strenui difensori di inconsapevoli embrioni, sempre pronti a condannare tutto e tutti, ci si dovrebbe attendere quantomeno un minimo di coerenza e di comportamenti esemplari, ma evidentemente così non è.
Sta di fatto che questo atteggiamento di copertura verso i preti pedofili sarebbe costato a Ratzinger un procedimento giudiziario negli Stati Uniti, per oggettivo favoreggiamento, se non fosse che la nomina a papa ha fatto decadere la possibilità di proseguire l’iter, ed arrivare magari ad una condanna. Questo è avvenuto non in quanto Ratzinger è divenuto capo di una chiesa, ma in quanto “capo di Stato” estero, ovvero del Vaticano, quindi, secondo le leggi vigenti negli USA, “immune” dalla competenza dei tribunali.
Quanto alla situazione americana, vale la pena ricordare che la sola diocesi di San Francisco, in California, ha patteggiato risarcimenti alle famiglie dei bambini vittime di preti pedofili, per ben 21 milioni di dollari. Per tutti gli Stati Uniti le cifre dei risarcimenti si aggirano intorno al miliardo di dollari. Un vero disastro economico per il cattolicesimo americano, che oltretutto non gode di alcun finanziamento pubblico.
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Al di là di queste notizie viene da chiedersi: perché i preti diventano pedofili? Molti penseranno che sia uno degli effetti del celibato forzato, ma se dipendesse semplicemente da questo, dovremmo osservare somiglianze statistiche con analoghe situazioni di castità obbligatoria, cosa che non risulta. Del resto, se la condizione di celibato diventasse insostenibile per il prete, perché non ripiegare nella normale eterosessualità adulta, più o meno clandestina?
No, certamente il comportamento pedofilo non può essere spiegato con la semplice repressione sessuale, nemmeno se esasperata e prolungata negli anni.
Sebbene la pedofilia sia un crimine particolarmente odioso perché colpisce le vittime più indifese e disarmate, va tuttavia detto che essa evidenzia uno stato di regressione psichica da parte di chi la mette in atto.
Un pedofilo non è mai completamente adulto, bensì cerca, a livello inconscio, di rievocare simbolicamente la sua stessa infanzia. La mancanza di maturità sessuale da parte dei preti, che l’esperienza del seminario non ha certo potuto permettere, potrebbe aver “fissato” lo stato evolutivo psichico ad uno stadio preadolescenziale.
Questa interpretazione narcisistica del comportamento pedofilo dei preti sarebbe confermata dall’osservazione dell’età media delle vittime, spesso compresa fra gli 8 e i 12 anni. Va anche sottolineato che nella quasi totalità dei casi si tratta di pedofilia omosessuale, ed anche questo elemento ci fa capire come il prete pedofilo abbia pesanti conflitti da risolvere con sé stesso, con la propria sessualità, con la propria storia e soprattutto con la propria identità.
La pedofilia è comunque un fenomeno estremamente complesso, non è semplicemente espressione di tendenze regressive infantili negli adulti (altrimenti i pedofili sarebbero milioni!).
Va considerato un altro fondamentale aspetto: il rapporto sado-masochistico. Anche qualora non vi sia violenza, è innegabile che il pedofilo, per sottomettere la vittima, faccia leva sul suo potere adulto e sulla sua superiorità fisica e psicologica.
E’ anche evidente che lo scopo del pedofilo non è di procurare piacere, ma di ottenerlo, anche usando la propria preda come fosse un giocattolo inerme. C’è dunque una notevole componente ideologicamente autoritaria nella pedofilia. Un autoritarismo che si esprime come un bisogno di possessivismo morboso, invincibile, da cui non ci si può sottrarre.
E’ estremamente significativo che in molti episodi riportati dalle cronache, si nota che i preti pedofili generalmente non prendono particolari precauzioni per nascondere i propri perversi comportamenti. Nel loro delirio di onnipotenza (che è anch’esso di origine infantile) essi preferiscono contare sulla omertà delle proprie vittime piuttosto che sul mettere in atto i comportamenti devianti in contesti protetti, magari lontano dal proprio ambiente.
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A questo punto possiamo avanzare un’ipotesi che forse dà un senso logico a tutto quanto esposto precedentemente, e che potrebbe almeno in parte spiegare il ricorrente nesso fra comportamento pedofilo e condizione di prete.
Riepilogando, abbiamo analizzato le principali componenti della pedofilia e abbiamo riscontrato regressione, autoritarismo, possessivismo morboso. Guarda caso, si tratta dell’essenza più intima della teologia cattolica!
Il cattolicesimo, fra tutte le religioni del mondo, è infatti quella che offre al popolo il maggior numero di simboli infantili: non a caso il personaggio più proposto, più venerato, più rappresentato e rispettato è una mamma. Poi, proprio come si fa con i bambini, vengono continuamente propinate promesse, minacce, premi e punizioni. Raramente, o forse mai, si parla di responsabilità personale o di libere decisioni, quelli sono comportamenti troppo adulti, i cattolici possono solo osservare, seguire, credere, aderire, obbedire, confessare, pentirsi, ecc.
Sempre a proposito di regressione infantile, si osservi che il principale rito cattolico, nonché il comportamento più meritorio e sacro, è un comportamento “orale”, cioè l’eucarestia. Che i buoni cristiani debbano fare la comunione tutte le domeniche ricorda incredibilmente un vecchio luogo comune: “i bambini buoni mangiano tutta la pappa”. Non solo: nella liturgia cattolica si insiste, non a caso, sul fatto che l’ostia debba essere “imboccata” dalle mani del sacerdote, e non presa in mano dall’adepto. Come accade con una mamma che nutre un bambino che non sa ancora tenere in mano il cucchiaino.
Pochi hanno notato che, a suo tempo, ci fu un richiamo di papa Wojtyla proprio su questo argomento, ovvero dell’ostia “imboccata” dal prete, dato che molte chiese si stavano disinvoltamente protestantizzando su questa formalità apparentemente insignificante, distribuendo ostie direttamente nelle mani dei fedeli. Ma alla chiesa certi dettagli non sfuggono, perché ne conoscono l’enorme portata psicologica.
Ed è infatti così che la chiesa vuole che siano i suoi sottoposti: inermi, inconsapevoli, bambini che si abbandonano ciecamente nelle mani di una autorità protettiva e consolatoria. Bambini che non sanno nemmeno usare le proprie mani. Guarda caso, anche i pedofili hanno bisogno di soggetti passivi ed inconsapevoli. Curioso vero?
Sta di fatto che il bambino stuprato, vittima del pedofilo, magari del prete-pedofilo, è quindi una metafora del cattolico perfetto: sottomesso, timoroso, silenzioso, fiducioso che ciò che accade è per il suo bene.
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Il prete pedofilo non cessa dunque di essere prete (“Tu es sacerdos in aeternum”), anzi, forse esprime nella forma più eloquente ed esplicita quella ideologia che la sua mente ha assorbito da anni e anni, finendo per identificarsi con essa. Avete notato? I preti pedofili se scoperti non lasciano mai il sacerdozio, a differenza dei preti che hanno avuto delle “banali” relazioni con donne. Inoltre, difficilmente vengono sospesi dalle celebrazioni religiose, tutt’al più vengono trasferiti “per non dare scandalo”.
Ora sappiamo perché: la pedofilia esprime in realtà ruoli e significati profondamente ed intimamente “cattolici”, sebbene il prete pedofilo abbia il paradossale ruolo di essere contemporaneamente vittima (sia dei suoi problemi personali che di una ideologia oggettivamente nociva per l’equilibrio psichico) e carnefice (perché commette abusi senza preoccuparsi dei danni indelebili che procura agli altri).
La dinamica “prete pedofilo-bambino” è dunque una efficace metafora del rapporto fra la chiesa e i suoi fedeli, fra l’istituzione possessiva e autoritaria, e i suoi seguaci ingenui e “bambini”.
Tra l’altro la chiesa, battezzando bambini inconsapevoli, e indottrinandoli sin dalla scuola materna, a ben vedere mette in atto le stesse tecniche di adescamento usate dai pedofili, che infatti fondano la loro seduzione proprio sulla non conoscenza, sulla non consapevolezza e persino sul senso di timore riverenziale che la vittima avverte “dopo” l’avvenuto “battesimo” (in questo caso il termine va interpretato con un doppio senso).
In entrambi i casi, questi bambini “vittime” (sia di pedofili che di chiese pedofile) sanno provare solo sensi di colpa, e non l’opportuno e sacrosanto diritto alla propria integrità mentale e fisica. Infatti, come tutti gli psicoterapeuti sanno bene per esperienza professionale, ricevere una educazione rigidamente cattolica non lascia minori conseguenze negative nella personalità rispetto agli effetti dei traumi psicologici che derivano dal subire episodi di pedofilia. Anzi forse questi ultimi, essendo tutto sommato più circoscritti, possono essere superati più facilmente.
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Un’altra analogia simbolica fra pedofilia e cattolicesimo la troviamo, nientemeno, nella messa. Che cos’è la messa? La rievocazione del sacrificio di una vittima innocente! Il rito del cosiddetto “agnello” che viene sacrificato sull’altare “per l’espiazione dei nostri p
rapporto legambiente abruzzo 2006 su ciclo rifiuti e rischio criminalità
Inviato il Nov. 14, 2007 alle 15:34
La gestione dei rifiuti rappresenta uno dei fattori centrali
per un Abruzzo di qualità,
non solo da un punto di vista strettamente ambientale,
ma anche rispetto agli obiettivi di modernizzazione e riconversione ecologica dell’economia
e di lotta all’illegalità e alla criminalità organizzata
Lanciano, 22 marzo 2006
Magistratura e forze dell'ordine hanno scardinato una collaudata e consistente organizzazione a delinquere dedita al traffico illecito di rifiuti su scala nazionale con base operativa in Val di Sangro: un successo dello Stato, ma non della politica che ha mancato l'occasione di lanciare un chiaro messaggio di attenzione nei confronti di un fenomeno dalle proporzioni inquietanti.
Potrebbe essere questa in estrema sintesi il senso della vicenda emersa a seguito dell’operazione MARE CHIARO che ha messo in luce una vera e propria rete, con un ruolo accentrato attorno alla Ciaf Ambiente di Atessa, impianto che fa capo al gruppo Marrollo, dove secondo le comunicazioni degli Organi di Polizia si “evidenziava un’organizzazione di soggetti che, allo scopo di commettere più delitti di inquinamento ambientale, di falso documentale e disastro ambientale, si associavano tra di loro procacciando ingenti quantitativi di rifiuti destinati allo smaltimento”.
La gravità della vicenda è dovuta a diversi aspetti: si tratta del caso più grave in Abruzzo per quantità di rifiuti smaltiti illegalmente a partire dal primo rapporto abruzzese di Legambiente del 1998 sul traffico illecito; ci troviamo di fronte ad una rete nazionale consolidata e non occasionale, nella quale sono state invertite le rotte tradizionali nord-sud di questo malavitoso traffico; nella vicenda sono implicate ben due aziende abruzzesi, seppur con differenti livelli di responsabilità, infine per la prima volta in Italia si è applicato l’art. 53 bis del Decreto Ronchi sul traffico dei rifiuti liquidi.
In particolare vogliamo sottolineare che il sistema dei controlli si è rilevato fallimentare a tutti i livelli istituzionali: ARTA, Regione, Provincia e Comune.
E’ evidente a tutti che il territorio è fuori controllo. Nessuno ha vigilato, nonostante che fin dal novembre 2004 la CIAF Ambiente fosse coinvolta in vicende giudiziarie relative allo smaltimento illecito di rifiuti speciali pericolosi.
In Puglia, dove i rifiuti transitati per la CIAF finivano in mare nel Golfo di Taranto, la magistratura ha aperto un’inchiesta sull’operato dei locali organi di controllo con l’obiettivo di verificare se siano stati effettuati tutti le verifiche necessarie da chi era preposto a vigilare sull’attività di smaltimento dei rifiuti oppure se ci siano state delle omissioni.
Altrettanto fallimentare si è dimostrata la capacità di governo del territorio. Occorre rimarcare che è mancata, ancora una volta, da parte della classe dirigente la percezione concreta che la gestione controllata e organizzata del territorio sia uno strumento formidabile ed essenziale per contrastarne un uso criminale a danno di uno sviluppo di qualità e di una imprenditoria sana.
L’ ”indifferenza” di larga parte delle istituzioni e del quadro politico abruzzese trova conferma nel fatto che ad oltre una settimana dagli eventi registriamo un assordante silenzio: nessuno finora ha ritenuto doveroso intervenire pubblicamente in merito. Possibile che non si abbia nulla da dire?
Al quadro istituzionale occorre aggiungere anche il quadro imprenditoriale, fondamentale nella filiera dei controlli: i produttori di rifiuti hanno il dovere, etico e normativo, di assicurarsi che le società cui affidano i rifiuti siano, oltre che autorizzate, attrezzate per operare nel rispetto dei requisiti tecnici dello specifico settore. Sarebbe quindi auspicabile da parte delle imprese un maggiore senso di responsabilità anche nel monitoraggio dei contratti di raccolta, trasporto e smaltimento.
Non si tratta soltanto di stroncare attività criminali che compromettono l’ambiente e la salute dei cittadini ma di tutelare gli interessi dell’imprenditoria onesta e rispettosa della legalità, che investe in innovazione tecnologica e tutela ambientale.
Un’imprenditoria di qualità, anche nella gestione del ciclo dei rifiuti, che ha proprio nei trafficanti e negli ecocriminali i suoi principali nemici.
E’ arrivato il momento di mettere in campo, a partire dalla redazione di un Piano Regionale di Gestione dei Rifiuti, un’azione sinergica di tutti i livelli istituzionali per affrontare in maniera seria, concreta ed efficace una grande emergenza, oltre che ambientale, di legalità.
Aspettiamo risposte per cogliere la volontà di cambiare rotta.
I traffici illegali di rifiuti in Abruzzo
L’Abruzzo per anni è stato descritto dalla nostra associazione come una delle regioni più a rischio sul fronte dei traffici e smaltimenti illeciti di rifiuti e sulle infiltrazioni criminali in questo settore.
La regione ha sempre scontato, come emerso anche in diverse indagini giudiziarie, una posizione geografica che la vede al centro della cosiddetta “rotta adriatica” dei traffici illegali, una scarsa densità abitativa, una particolare morfologia del territorio e la sua vicinanza ad aree del nostro territorio nazionale tradizionalmente interessate dalle attività malavitose, anche nel ciclo dei rifiuti, in particolare la Campania e la Puglia.
Uno coinvolgimento descritto puntualmente ogni anno nel Rapporto Ecomafia, che negli anni scorsi ha riportato i dettagli di importanti indagini giudiziarie e l’allarme delle istituzioni che anno dopo anno confermavano quanto la nostra associazione denunciava già nel 1997, quando a Pescara fu presentato il dossier “Emergenza Abruzzo”.
Per rendere ancor meglio l’idea sul ruolo dell’Abruzzo nei traffici nazionali di rifiuti vale la pena riportare alcune citazioni dei Rapporti Ecomafia pubblicati dal Legambiente dal 1997 al 2005.
Nel rapporto “Le nuove frontiere dell’Ecomafia” pubblicato nel 1997 riportavamo le parole del Procuratore generale de L’Aquila, Bruno Tarquini, che durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario aveva lanciato un forte allarme sulla penetrazione delle criminalità organizzata in Abruzzo:
«In questa regione la cosiddetta “fase di rischio” è ormai superata e si può parlare di una vera e propria emergenza criminalità, determinata dall'ingresso di clan campani e pugliesi anche nel tessuto economico della Regione».
L’Abruzzo già allora era al centro di vasti traffici illegali nazionale come dimostrava l’indagine della Procura della Repubblica di Rimini che aveva individuato e fatto sequestrate dalla Guardia di Finanza una mega discarica abusiva nel comune di Ancarano, in provincia di Teramo, méta degli smaltimenti illeciti di rifiuti provenienti dall’Emilia Romagna e da altre regioni del Nord.
Tra le aree a maggior rischio di penetrazione mafiosa indicate dal procuratore Tarquini figurava la Marsica. Proprio in questa zona si registrarono diversi episodi connessi a smaltimenti illegali di rifiuti: grazie a un’indagine condotta dal Nucleo operativo ecologico dell’Arma dei Carabinieri, in collaborazione con la compagnia di Magliano dei Marsi, fu sequestrata la cava di Massa d’Albe in cui erano stati smaltiti illegalmente rifiuti industriali al centro di un traffico illegale che si sarebbe snodato tra la Lombardia, il Lazio e l’Abruzzo.
Nel “Rapporto Ecomafia 1998” l’Abruzzo veniva descritto come «una sorta di “terra promessa” per i traffici illeciti connessi allo smaltimento dei rifiuti», per le caratteristiche del suo territorio, in particolare la scarsa densità abitativa di molte aree e la disponibilità di cave dismesse, e per la vicinanza ad aree già colpite dal fenomeno dell’ecomafia.
Uno scenario confermato dall’audizione davanti alla Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti del sostituto Procuratore della Repubblica di Napoli, Giovanni Melillo:
«Lo smaltimento illegale in Campania si è ulteriormente aggravato negli ultimi anni. Anzi, si è tanto sviluppato che probabilmente vanno esaurendosi le capacità della regione di continuare a fungere da pattumiera. Sempre più frequenti e preoccupanti sono i casi da noi registrati in cui sono coinvolte altre regioni, come il Lazio, la Basilicata e soprattutto l'Abruzzo».
Il 1998 per l’Abruzzo - secondo il “Rapporto Ecomafia 1999” - fu contrassegnato dal rinvenimento di un gran numero di discariche abusive, risultate legate tra loro dal ‘filo rosso’ di un’organizzazione nazionale che aveva individuato la regione come luogo ideale per gli smaltimenti abusivi. Fu uno degli elementi che indusse la Commissione Parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti nella sua relazione finale dedicata a questa regione ad affermare che:
«il traffico dei rifiuti, in parte gestito dalla criminalità anche organizzata a sfondo camorristico, sia per motivi interni alla stessa organizzazione (lotte tra fazioni) sia per l’intervento incisivo delle forze dell’ordine e della polizia giudiziaria che in regioni limitrofe hanno proceduto al sequestro di discariche collettrici di rifiuti, si è spostato negli ultimi anni dalla dorsale tirrenica a quella adriatica, coinvolgendo tutta la fascia abruzzese e, in particolare, tutte le zone limitrofe al percorso autostradale della A14. Il che ha comportato che sono rimaste interessate al fenomeno zone tradizionalmente esenti da presenze criminali, organizzate e non, che operano in settori di varie imprenditorie (…). L’Abruzzo costituisce, ormai, un segmento importante nell’ambito del flusso di rifiuti che, da nord a sud, segue, invece che la tradizionale rotta tirrenica (quella che originariamente era interessata dai trasporti di rifiuti dal nord verso il casertano, la Calabria e la Sicilia), un percorso diverso che, appunto, coinvolge la regione Abruzzo (la così detta ‘rotta adriatica’). La regione pertanto diventa, al tempo stesso, sede di traffici illeciti, sotto il profilo dei flussi di rifiuti che la attraversano, e sede di smaltimenti illegali, anche di rifiuti pericolosi. Infatti, la realtà territoriale - non particolarmente estesa e con un numero di abitanti relativamente modesto - si configura, anche dal punto di vista morfologico, come un'area di interesse per un’imprenditoria disinvolta ed a volte persino collusa con la criminalità organizzata, per la produzione e l’organizzazione dei traffici (…) Secondo il procuratore della Repubblica di Pescara, la presenza di fenomeni di gestione illecita dei rifiuti in quella provincia non può prescindere dal coinvolgimento della criminalità organizzata».
Tra le indagini particolarmente significative citate nella relazione sull’Abruzzo della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, veniva ricordata quella coordinata dalla Procura di Chieti, che
«nata da controlli casuali sui documenti di trasporto (…) correva il rischio di concludersi in un nulla di fatto, atteso che tutti i veicoli che scaricavano i rifiuti erano dotati di bolle apparentemente regolari. L’intervento dei carabinieri del Noe, che stavano conducendo un’indagine a più ampio raggio, ha messo in luce il traffico indirizzato in Abruzzo perché i rifiuti, che non si potevano più scaricare in Campania in seguito a vivaci e sanguinosi contrasti fra «famiglie» camorriste (chi aveva il terreno e chi pretendeva il «pizzo» appartenevano a famiglie diverse e dalla guerra di camorra è derivato anche qualche omicidio), dovevano necessariamente trovare uno sbocco. Lo scarico dei rifiuti avveniva ad opera di un unico soggetto, titolare della discarica di Tollo e di terreni limitrofi (tutti sottoposti a sequestro da parte dell’autorità giudiziaria). Lo stesso soggetto, poi, aveva cominciato a scaricare quasi sul greto del fiume Pescara, a Chieti Scalo; infine si è ritrasferito in provincia di Pescara, a Cepagatti, in contrada Aurora (…) I rifiuti che erano scaricati a Tollo erano in gran parte residui di industrie siderurgiche del nord (industrie anche fra le più rilevanti dal punto di vista qualitativo e quantitativo); una volta usciti dalle fabbriche, si procedeva con un collaudato sistema di triangolazione. I trasporti si fermavano una notte a Marghera ed il mattino successivo, con lo stesso camion (senza che neanche fossero stati tolti i laccetti del telone), partivano con una bolla diversa portante la dicitura “residui riutilizzabili”. A corredo dell’intera operazione, vi è il fatto che il titolare aveva un’autorizzazione ad un impianto di trattamento di residui riutilizzabili. Nel corso dell’indagine si è altresì messo in evidenza che non si era in grado di dimostrare, a posteriori, che il certificato di analisi che consentiva la declassificazione dei rifiuti fosse falso, atteso che l’intervento di controllo poteva avvenire solo dopo la miscelazione dei rifiuti trasportati».
Il “Rapporto Ecomafia 2000” descriveva l’operazione “Valle Verde”, condotta dal Sostituto procuratore di Pescara Pasquale Fimiani che, con l’ausilio dei finanzieri della Sezione Aerea della Gdf di Pescara, aveva sequestrato una discarica abusiva di 20 ettari in località Piano della Stazza di Monoppello, ubicata a due passi dal fiume Pescara. Nell’arco di un solo anno, il 1998, furono scaricati nel sito 27.000 tonnellate di fanghi di cartiera provenienti dalle industrie del centro Italia, equivalenti ad oltre 1.000 tir.
Il dossier ricordava anche la fine ingloriosa del processo sul caso dell’impianto di compostaggio di Scurcola Marsicana per prescrizione dei reati dopo quattro anni di indagini, di sopralluoghi e di costose perizie. Oltre 90mila tonnellate di rifiuti, provenienti da aziende chimiche, farmaceutiche, tessili e conciarie italiane confluirono nella discarica abusiva di Scurcola Marsicana (ufficialmente l’impianto doveva servire alla produzione di compost per l’agricoltura). L’inchiesta aveva preso le mosse da un dettagliato esposto presentato in procura da alcuni abitanti di Scurcola e dall’associazione Girifalco. Le indagini condotte dagli uomini del Corpo forestale dello Stato e da quelli del Nucleo operativo ecologico dell’Arma dei carabinieri accertarono che all’interno dell’impianto non si produceva affatto del compost, come da autorizzazione, ma venivano smaltite illegalmente diverse tipologie di rifiuti e fanghi. Fu necessario più di un anno di indagini per accertare la provenienza delle 90mila tonnellate di rifiuti stoccati e individuare i soggetti coinvolti nell’affare. Vennero denunciate 80 persone, 44 delle quali rinviate a giudizio con l’accusa di smaltimento illecito di rifiuti ed individuate ben 198 ditte produttrici dei rifiuti. Conclusa la prima fase delle indagini, scattarono perizie, analisi chimiche e controlli (durati un anno e mezzo) per stabilire la tossicità delle sostanze. Il tutto si è chiuso in una “bolla di sapone”, con buona pace per gli sforzi degli investigatori, per le attese dei cittadini, e soprattutto per l’accertamento della verità.
Con il “Rapporto Ecomafia 2002” l’allarme di Legambiente sui traffici illegali in Abruzzo trova l’ennesima autorevole conferma nel “Rapporto annuale sul fenomeno della criminalità organizzata relativo all’anno 2000”, redatto dal ministero dell’Interno e presentato alle Camere nel giugno 2001:
«Altre attività delinquenziali - si legge nel Rapporto - si individuano nell’usura e nell’illecito ambientale, che in Abruzzo (particolarmente nella Marsica, nella provincia di Chieti ed in quella di Pescara) ha trovato fertile terreno di espansione a seguito della diminuita capacità, per saturazione, di smaltimento illegale di rifiuti tossici in Campania. In particolare si evidenzia l’importanza dell’utilizzazione delle cave della Marsica, divenute sito elettivo di discarica. In questo caso è stato riscontrato come la camorra casertana possa estendere i propri traffici illeciti in territori dove prima non era attiva, attraverso la creazione di clan satelliti costituiti da pregiudicati locali, deputati al reperimento dei luoghi di discarica».
A proposito della Marsica, nel corso del 2001 furono ben 43 le discariche abusive sequestrate dagli uomini del Comando di Avezzano del Corpo forestale dello Stato. Complessivamente i rifiuti occupavano in totale una superficie di quasi 20 ettari. Delle 43 discariche abusive, dieci si trovavano nel comune di Avezzano per un totale di 30mila metri quadrati, cinque a Tagliacozzo e a Carsoli, quattro a Collelongo, a Celano, altri siti erano stati segnalati a Magliano dei Marsi, a Balsorano e a Capistrello.
Un caso davvero emblematico citato nel “Rapporto Ecomafia 2003” era quello relativo all’operazione “Ecoscalo”. Condotta dal Comando carabinieri tutela ambiente, dai carabinieri di Chieti, di Macerata e del reparto territoriale di Castello di Cisterna (Na), questa inchiesta ha portato, nel giugno 2002, all’arresto di 5 persone per associazione per delinquere finalizzata allo smaltimento illecito di rifiuti, alla truffa e al falso in bilancio, con il coinvolgimento dell’Abruzzo come regione di triangolazione: l’organizzazione aveva simulato lo smaltimento in Abruzzo di 20 mila tonnellate di rifiuti, finite in realtà in discariche abusive in Campania. Accanto ai cinque arrestati figuravano altre 69 persone indagate. Sequestrate, infine, circa 1500 fatture false per un totale di due milioni di euro di imposte evase. Le indagini erano partite in seguito a un incendio doloso avvenuto in una delle aziende coinvolte nel traffico, appiccato probabilmente per distruggere la documentazione comprovante un giro di false fatturazioni. L’avvenuto smaltimento dei rifiuti che la società di Arzano (Na) fingeva di spedire alle ditte compiacenti di Chieti e Macerata veniva “certificato” da false bolle di accompagnamento. La ditta napoletana pagava regolarmente per lo smaltimento, ma poi l’85% delle somme versate veniva restituito dalle due ditte abruzzesi.
Il dossier ricordava anche la chiusura presso il tribunale di Avezzano del processo di primo grado per la discarica abusiva di Trasacco, scaturita dall’operazione “Humus” condotta dagli uomini dei Carabinieri e del Corpo Forestale della Stato. Quattordici le persone condannate per aver fatto parte di una organizzazione, sgominata nel 1998, che scaricava nella Marsica rifiuti industriali di varia natura spacciandoli come reflui destinati ad un allevamento di lombrichi. Le operazioni illecite avevano riguardato lo smaltimento di 440 tonnellate di fanghi provenienti di insediamenti industriali di Caserta, Napoli, Frosinone, Rieti, Roma, La Spezia e Isernia, confluite nell’area in soli 23 giorni.
Dalla Relazione al Parlamento del ministero dell’Interno citata nel “Rapporto Ecomafia 2004” emergevano altri dettagli inquietanti sull’Abruzzo:
«E’ stato rilevato un sistematico ricorso ad attività usurarie ed un consistente traffico di droga; è stata inoltre individuata un’articolata organizzazione criminale dedita ad attività di riciclaggio dei rifiuti».
Con il “Rapporto Ecomafia 2005” arriva anche la conferma della Dia, Direzione investigativa antimafia, sul coinvolgimento dell’Abruzzo nel panorama nazionale dei traffici illegali di rifiuti:
«Il fenomeno - ricorda la Dia nel suo contributo al Rapporto 2005 - riguarda quasi tutte le regioni italiane (Campania, Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Lazio, Abruzzo, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia), ma le aree dove si è registrato il maggior numero di illeciti sono situate nel meridione».
Vengono riportati anche i dati della mappatura delle discariche abusive censite dal Corpo forestale dello Stato nel luglio 2004: secondo questo censimento erano ben 361 i siti di smaltimento abusivo di rifiuti, di cui 111 attivi e 250 non attivi, per un valore che rappresenta il 7% del totale delle discariche abusive nazionali.
Nel Rapporto 2005 veniva riportata anche una sorta di anticipazione dell’indagine “Mare Chiaro” culminata nelle scorse settimane con le 16 ordinanze di custodia cautelare emesse tra l’Abruzzo e la Puglia.
L’inchiesta, coordinata da Rosaria Vecchi, Sostituto procuratore presso il Tribunale di Lanciano, e condotta dai Carabinieri del Noe di Pescara e dalla Polstrada di Lanciano, partì con l’invio di 15 avvisi di garanzia con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata allo smaltimento di rifiuti tossici oltre alla violazione di numerose norme in materia di tutela ambientale.
Nel sulmonese, e precisamente a Raiano (Aq), il 7 luglio 2004, il Corpo forestale dello Stato di Avezzano e Sulmona, ha bloccato e posto sotto sequestro tre tir mentre scaricavano centinaia di tonnellate di rifiuti speciali provenienti da Napoli, Cassino (Fr) e Prato, spacciati per rifiuti da riutilizzo in un ex sito industriale attualmente di proprietà di una società napoletana.
L’operazione diretta dalla Procura di Sulmona, è scattata a seguito di alcune segnalazioni che parlavano di un insistente viavai di camion sospetti all’interno del nucleo industriale, e ha portato alla denuncia di sei persone.
Il Ciclo dei Rifiuti - I controlli delle forze dell’ordine dal 1997 al 2004
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1997 |
1998 |
1999 |
2000 |
2001 |
2002 |
2003 |
2004 |
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Infrazioni accertate |
55 |
46 |
90 |
56 |
68 |
63 |
61 |
110 |
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Sequestri effettuati |
16 |
12 |
30 |
18 |
15 |
22 |
31 |
41 |
Fonte: elaborazione Legambiente su dati Forze dell’ordine (Noe dei Carabinieri, Corpo forestale dello Stato, Guardia di finanza, Polizia di Stato)
Stato e Chiesa. L'Italia è un paese laico?
Inviato il Oct. 20, 2007 alle 16:16
Invito i visitatori del BLOG a cimentarsi in questa discussione e, per iiniziare, riporto qui un bell'articolo di E.Scalfari. Buona lettura, Il MUFLONE.
Ahi Costantin di quanto mal fu madre
di EUGENIO SCALFARI
da: Repubblica.it
Tra le tante questioni che affliggono il nostro paese, insolute da molti anni e alcune risalenti addirittura alla fondazione dello Stato unitario, c'è anche quella cattolica. Probabilmente la più difficile da risolvere. Personalmente penso anzi che resterà per lungo tempo aperta, almeno per l'arco di anni che riguardano le tre o quattro generazioni a venire. Roma e l'Italia sono luoghi di residenza millenaria della Sede apostolica e perciò si trovano in una situazione anomala rispetto a tutte le altre democrazie occidentali. Se guardiamo agli spazi mediatici che la Santa Sede, il Papa, la Conferenza episcopale hanno nelle televisioni e nei giornali ci rendiamo conto a prima vista che niente di simile accade in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Olanda, in Scandinavia e neppure nelle cattolicissime Spagna e Portogallo per non parlare degli Usa, del Canada e dell'America Latina dove pure la popolazione cattolica ha raggiunto il livello di maggiore densità.
Da noi le reti ammiraglie di Rai e di Mediaset trasmettono sistematicamente ogni intervento del Papa e dei Vescovi. L'"Angelus" è un appuntamento fisso. Le iniziative e le dichiarazioni dei cattolici politicamente impegnati ingombrano i giornali, il presidente della Repubblica, appena nominato, sente il bisogno di inviare un messaggio di "presentazione" al Pontefice, cui segue a breve distanza la visita ufficiale. Tutto ciò va evidentemente al di là d'una normale regola di rispetto e dipende dal fatto che in Italia il Vaticano è una potenza politica oltre che religiosa. Ciò spiega anche la dimensione dei finanziamenti e dei privilegi fiscali dei quali gode il Vaticano, la Santa Sede e gli enti ecclesiastici; anche questi senza riscontro alcuno negli altri paesi.
Infine il rapporto di magistero che la gerarchia ecclesiastica esercita sulle istituzioni ovunque vi sia una rappresentanza di cattolici militanti e la funzione di guida politica che di fatto orienta i partiti di ispirazione cattolica e quindi cospicui settori del Parlamento.
La questione cattolica è dunque quella che spiega più d'ogni altra la diversità italiana. Spiega perché noi non saremo mai un "paese normale". Perché una parte rilevante dell'opinione pubblica, della classe politica, dei mezzi di comunicazione, delle stesse istituzioni rappresentative, sono etero-diretti, fanno capo cioè e sono profondamente influenzati da un potere "altro". Quello è il vero potere forte che perdura anche in tempi in cui la secolarizzazione dei costumi ha ridotto i cattolici praticanti ad una minoranza. "Ahi Costantin, di quanto mal fu madre...".
La questione cattolica ha attraversato varie fasi che non è questa la sede per ripercorrere. Basti dire che si sono alternate fasi di latenza durante le quali sembrava sopita, e di vivace ed aspra riacutizzazione.
Il mezzo secolo della Prima Repubblica, politicamente dominato dalla Democrazia cristiana, fu paradossalmente una fase di latenza. La maggioranza era etero-diretta dal Vaticano e dagli Stati Uniti, il Pci era etero-diretto dall'Unione Sovietica. Entrambi i protagonisti accettavano questo stato di cose, insultandosi sulle piazze e dai pulpiti, ma assicurando, ciascuno per la sua parte, un sostanziale equilibrio. Quando qualcuno sgarrava, veniva prontamente corretto.
Ma la fase attuale non è affatto tranquilla, la questione cattolica si è riacutizzata per varie ragioni, la prima delle quali è l'emergere sulla scena politica dei temi bioetici con tutto ciò che comportano.
La seconda ragione deriva dalla linea assunta da Benedetto XVI che ritiene di spingere il più avanti possibile le forme di protettorato politico-religioso che il Vaticano esercita in Italia, per farne la base di una "reconquista" in altri paesi a cominciare dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Baviera, dall'Austria e da alcuni paesi cattolici dell'America meridionale. Le capacità finanziarie dell'episcopato italiano forniscono munizioni non trascurabili per sostenere questo disegno che ha come obiettivo l'esportazione del modello italiano laddove ne esistano le condizioni di partenza.
A fronte di quest'offensiva le "difese laiche" appaiono deboli e soprattutto scoordinate. Si va da forme d'intransigenza che sfiorano l'anticlericalismo ad aperture dialoganti ma a volte eccessivamente permissive verso i diritti accampati dalla "gerarchia". Infine permane il sostanziale disinteresse della sinistra radicale, che conserva verso il laicismo l'antica diffidenza di togliattiana memoria.
Si direbbe che il solo dato positivo, dal punto di vista laico, sia una più acuta sensibilità autonomistica che ha conquistato una parte dei cattolici impegnati nel centrosinistra. Ma si tratta di autonomia a corrente variabile, oggi rimesso in discussione dalla nascita del Partito democratico e dai vari posizionamenti che essa comporta per i cattolici che ne fanno parte. Con un'avvertenza di non trascurabile peso: secondo recenti sondaggi nell'ultimo decennio i cattolici schierati nel centrosinistra sarebbero discesi dal 42 al 26 per cento. Fenomeno spiegabile poiché gran parte dell'elettorato ex Dc si trasferì fin dal 1994 su Forza Italia; ma che certamente negli ultimi tempi ha accelerato la sua tendenza.
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Un fenomeno degno di interesse è quello del recente associazionismo delle famiglie. Non nuovo, ma fortemente rilanciato e unificato dal "forum" che scelse come organizzatore politico e portavoce Savino Pezzotta, da poco reduce dalla lunga leadership della Cisl e riportato alla ribalta nazionale dal "Family Day" che promosse qualche mese fa in piazza San Giovanni il raduno delle famiglie cattoliche.
Da allora Pezzotta sta lavorando per trasformare il "forum" in un movimento politico. "Non un partito" ha precisato in una recente intervista "ma un quasi-partito; insomma un movimento autonomo che potrà eventualmente appoggiare qualche partito di ispirazione cristiana che si batta per realizzare gli obiettivi delle famiglie. Sia nei valori che sono ad esse intrinseci sia per i concreti sostegni necessari a realizzare quei valori".
L'obiettivo è ambizioso e fa gola ai partiti di impronta cattolica, ma Pezzotta amministra con molta prudenza la sigla di cui è diventato titolare. Dico sigla perché al momento non sappiamo quale sia la sua realtà organizzativa e la sua effettiva spendibilità politica.
Sembra difficile che il nascituro movimento delle famiglie possa praticare una sorta di collateralismo rispetto ai settori cattolici militanti nel Partito democratico: la piazza di San Giovanni non sembrava molto riformista, le voci che l'hanno interpretata battevano soprattutto su rivendicazioni economiche ma non basterà riconoscergliele per acquistarne il consenso e il voto. A torto o a ragione le famiglie e le sigle che le rappresentano ritengono che quanto chiedono sia loro dovuto. Il voto elettorale è un'altra cosa e non sarà Pezzotta a guidarlo. Ancor meno i vari Bindi, Binetti, Bobba nelle loro differenze. Voteranno come a loro piacerà, seguendo altre motivazioni e inclinazioni, influenzate soprattutto dai luoghi in cui vivono e dai ceti sociali e professionali ai quali appartengono.
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Un elemento decisivo della questione cattolica e dell'anomalia che essa rappresenta è costituito dalla dimensione degli interessi economici della Santa Sede e degli enti ecclesiastici, del loro "status" giuridico e addirittura costituzionale (il Trattato del Laterano è stato recepito in blocco con l'articolo 7 della nostra Costituzione) e dei privilegi fiscali, sovvenzioni, immunità che fanno nel loro insieme un sistema di fatto inattaccabile. Basti pensare che la Santa Sede rappresenta il vertice di un'organizzazione religiosa mondiale e fruisce ovviamente d'un insediamento altrettanto mondiale attraverso la presenza dei Vescovi, delle parrocchie, degli Ordini religiosi, delle Missioni. Ma, intrecciata ad essa c'è uno Stato - sia pure in miniatura - che gode d'un tipo di immunità e di poteri propri di uno Stato e quindi di una soggettività diplomatica gestita attraverso i "nunzi" regolarmente accreditati presso tutti gli altri Stati e presso le organizzazioni internazionali.
Questa doppia elica non esiste in nessun'altra delle Chiese cristiane ed è la conseguenza della struttura piramidale di quella cattolica e della base territoriale da cui trasse origine lo Stato vaticano e il potere temporale dei Papi. Non scomoderemo Machiavelli e Guicciardini, Paolo Sarpi e Pietro Giannone per ricordare quali problemi ha sempre creato il potere temporale nella storia della nazione italiana, nell'impossibilità di realizzare l'unità nazionale quando gli altri paesi europei avevano già da secoli raggiunto la loro ed infine lo scarso senso dello Stato che gli italiani hanno avuto da sempre e continuano abbondantemente a dimostrare. Sarebbe storicamente scorretto attribuire unicamente al potere temporale dei Papi questo deficit di maturità civile degli italiani, ma certo esso ne costituisce uno dei principali elementi.
Purtroppo il temporalismo è una tentazione sempre risorgente all'interno della Chiesa; sotto forme diverse assistiamo oggi ad un tentativo di resuscitarlo che si esprime attraverso la presenza politica diretta dell'episcopato nelle materie "sensibili" il cui ventaglio si sta progressivamente ampliando.
Negli scorsi giorni l'atmosfera si è ulteriormente riscaldata a causa di una frase di Prodi che esortava i sacerdoti a sostenere la campagna del governo contro le evasioni fiscali e lamentava lo scarso contributo della Chiesa ad un tema così rilevante.
Credo che Prodi, da buon cattolico, abbia pronunciato quella frase in perfetta buonafede ma, mi permetto di dire, con una dose di sprovveduta ingenuità. Lo Stato non rappresenta un tema importante per i sacerdoti e per la Chiesa. Ancorché i preti e i Vescovi siano cittadini italiani a tutti gli effetti e con tutti i diritti e i doveri dei cittadini italiani, essi sentono di far parte di quel sistema politico-religioso che a causa della sua struttura è totalizzante. La cittadinanza diventa così un fatto marginale e puramente anagrafico; salvo eccezioni individuali, il clero si sente e di fatto risulta una comunità extraterritoriale. Pensare che una delle preoccupazioni di una siffatta comunità sia quella di esortare gli italiani a pagare le tasse è un pensiero peregrino. Li esorta - questo sì - a mettere la barra nella casella che destina l'otto per mille del reddito alla Chiesa. Un miliardo di euro ha fruttato all'episcopato italiano quell'otto per mille nel 2006. Ma esso, come sappiamo, è solo una parte del sostegno dello Stato alla gerarchia, alle diocesi, alle scuole, alle opere di assistenza.
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Come si vede la pressione cattolica sullo Stato "laico" italiano è crescente, si vale di molti mezzi, si manifesta in una pluralità di modi assai difficili da controllare e da arginare.
Le difese laiche - si è già detto - sono deboli e poco efficaci: affidate a posizioni individuali o di gruppi minoritari ed elitari contro i quali si ergono "lobbies" agguerrite e perfettamente coordinate da una strategia pensata altrove e capillarmente ramificata. Quanto al grosso dell'opinione pubblica, essa è sostanzialmente indifferente. La questione cattolica non fa parte delle sue priorità. La gente ne ha altre, di priorità. È genericamente religiosa per tradizione battesimale; la grande maggioranza non pratica o pratica distrattamente; i precetti morali della predicazione vengono seguiti se non entrano in conflitto con i propri interessi e con la propria "felicità". In quel caso vengono deposti senza traumi particolari.
Perciò sperare che la democrazia possa diventare l'"habitus" degli italiani è arduo. Gli italiani non sono cristiani, sono cattolici anche se irreligiosi. Questo fa la differenza.
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